SECONDA PREFAZIONE

Non credo che si possa viaggiare nel tempo, credo che stiamo viaggiando nel tempo !!! 

Sin da quando ero bambino, la domanda che mi angosciava, ma nello stesso momento mi affascinava, e alla quale non sapevo rispondere era: ” perché siamo in questo mondo ” ? 

Il mio catechista, a questa domanda rispondeva così: “Dio solo sa la verità, noi siamo chiamati a servire Dio e aiutarci l’uno con l’altro. Questa non è la vera vita, e questo mondo è solo di transizione, la vera vita è quella che verrà”. 

Certo è facile dire queste parole ad un bambino di 10 anni, ma è difficile farlo accettare ad un bambino con una grande immaginazione, con tanti perché. 

Intanto crescevo, è la domanda rimaneva senza alcuna risposta, anche perché pensare sempre con insistenza alla stessa cosa, spesso porta a pensare cose che allontanano il pensiero dalla domanda iniziale. Subentra la stanchezza, l’ignoranza, la quotidianità delle cose e l’isolamento. Ecco sono questi due punti che vorrei mettere a fuoco. Io penso che noi tutti sin da bambini ci siamo posti questa domanda, e come è accaduto a me, anche voi avete ricevuto, magari con sfumature diverse, la stessa risposta, poi il tempo passa e la quotidianità delle cose, ossia mangiare, dormire, imparare migliaia di nozioni, conoscere persone, mettere su una famiglia, avere dei bambini, parlare di politica, e così via, offusca la domanda che noi tutti ci siamo posti, almeno una volta nella vita. Perché siamo in questo mondo ? 

Sembra quasi che quando si cresce, ci si rassegna e non si da più importanza alla domanda del bambino di 10 anni, si fa solo trascorrere il tempo. Bisogna correre, essere competitivi, guadagnare una barca di soldi, avere potere, perché nella realtà in cui viviamo, siamo qualcuno solo se consumiamo, solo se qualcuno parla di noi. 

Penso, che questo comportamento è dovuto al fatto che non siamo in grado di darci una risposta alla domanda del bambino di 10 anni che è segregato nella nostra mente, e che ci rendiamo conto di quanto siamo piccoli nei confronti dell’universo e nella nostra solitudine abbiamo bisogno di accettare questa inferiorità chiudendoci e facendoci forza, tutti insieme, nel mondo della quotidianità. Questo senso di isolamento nasce quando cerco di parlare del senso della vita. Altri si mascherano dietro le dottrine religiose e ripetono quasi come dire a “pappagallo” la risposta del mio catechista. 

E’ difficile dialogare, specialmente con persone che non vogliono dialogare, perché dialogare significa mettere a nudo le proprie idee, senza veli, pronti a mettere in gioco i capisaldi delle proprie convinzioni. Ognuno pensa di avere ragione e che non può imparare niente dagli altri. “Chi sei tu per dire questo ?”, spesso mi sento dire. Come se per dire qualcosa o meglio ancora per pensare a qualcosa di nuovo bisogna essere un grande e affermato luminario o chi sa cos’altro, altrimenti non hai diritto alla parola, non hai diritto a scuotere le struttura portanti della nostra società. 

“Ok, mi rispondo”, certo questo è uno modo di affrontare le cose, sbagliato o giusto che sia, è un modo, ma io ne preferisco un’altro. Preferisco confrontarmi, magari con molta diplomazia, in modo tale da conoscere altri modi di vedere il mondo. 

In questa ricerca conobbi Fabio, un ragazzo strano, un po’ messo in disparte dagli altri, ma il caso o come altri preferiscono chiamare il destino, ebbi l’occasione di passare in sua compagnia ben 9 mesi di militare e di parlare del più e del meno e soprattutto del senso della vita. Fu allora che cominciai a scuotere le fondamenta della mia quotidianità e più lo ascoltavo, riorganizzando a volte le sue idee e più mi rendevo conto di quanto le cose possano essere più semplici di quello che siano. La stranezza ben presto si trasformò in stima perché, anche lui, come me era alla ricerca della risposta alla domanda del bambino di 10 anni. 

In una lettera a proposito di questa prefazione che state leggendo mi scrisse: “perché pensiamo ? Non sarebbe più logico se noi fossimo come tutti gli altri ‘animali’ del creato ? Invece le cose non stanno così. Ecco, allora delle persone che cercano di ‘emulare’ il pensiero umano con dei modelli matematici al computer chiamati ‘intelligenza artificiale’. Ma il pensiero è legato al nostro corpo, oppure esiste davvero qualcosa di immateriale? Non c’è nulla di più profondo del pensiero che cerca di capire se stesso, perché se il pensiero è sintomo di intelligenza, allora quanto più intelligente appare il pensiero che studia ‘il pensiero’. Entriamo in un gioco ricorsivo che elude ogni modello matematico perché appellarsi al pensiero per studiare il pensiero significa aver finito le risorse. Gli ‘informatici’ sanno bene che la ‘ricorsione’ implica una definizione di base……e questa definizione di base la potremmo interpretare come l’anima, ovvero la radice di partenza del pensiero.” 

Ed io replicando gli scrissi: “Mi piace pensare che l’anima sia la definizione di base del pensiero dato che la parola anima viene da animare ossia dare vita. ” 

Sono questi i concetti, i punti di vista le riflessioni che mi piace approfondire e questo libro è un percorso comune di idee e riflessioni. Ancora oggi non so perché siamo in questo mondo e accetto la quotidianità come consapevolezza dell’essere sociale, e attraverso questo libro tento si scoprire se non il senso della vita, la strada che mi porta ad esso. 

Non conosco il senso della vita, ma è compito di ognuno di noi, capire dove ci stiamo avviando e quali sono le leggi che governano il mondo. Siamo tutti dei viaggiatori del tempo e il nostro pianeta Terra è la nostra astronave.